Una chiacchierata con la giornalista e scrittrice Erica Arosio.

Conosco la giornalista e scrittrice Erica Arosio da moltissimi anni. Una persona squisita e una comunicarice poliedrica.
Erica è milanese, ama viaggiare e scrivere. Nel corso della sua lunghissima carriera ha avuto l’onore e l’onere di sostenere anche il ruolo di critico cinematografico e ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Repubblica, Il Giorno, Cineforum, Segnocinema e trasmissioni televisive e radiofoniche e per molti anni ha lavorato a Gioia.
Il suo primo romanzo è stato “L’uomo sbagliato” (La Tartaruga, 2012) seguito da “Vertigine” (Baldini&Castoldi, 2013), scritto a quattro mani con Giorgio Maimone, caporedattore del Sole 24 Ore per oltre 30 anni, oltre che autore e ideatore di programmi televisivi per le reti Mediaset, “L’Amour Gourmet” sempre con la Arosio, e ancora insieme il romanzo “Non mi dire chi sei. Il caso Giuditta” conTea.
Parliamo ora con Erica di sé e della sua carriera strepitosa, delle sue soddisfazioni, della sua gioia di scrivere e delle sue numerose e incredibili collaborazioni.

Ciao Erica, ti ringrazio per aver accettato questa intervista per The Pink Cafè. Ne sono molto contenta, perché credo tu sia una professionista davvero in gamba. Non ci sentiamo da moltissimo tempo, ma sono contenta di poter chiacchierare un po’. Racconta a chi ancora non ti conosce, come è nata la tua passione per la scrittura.
RISPOSTA:
Probabilmente è nata assiema alla passione per la lettura che ho ereditato da mia madre: aveva sempre un libro in mano. Ho letto fin da bambina tanto e di tutto e, in anni in cui non era così frequente viaggiare e neppure facile conoscere persone lontane dal tuo ambiente, mi rendevo conto che i libri, assieme al cinema, erano una finestra spalancata sul mondo. Poi, più avanti, durante gli anni del liceo e sempre più inquieta e curiosa, ho pensato che diventare giornalista sarebbe stato un buon modo di attraversare e conoscere il mondo e di soddisfare la fame di vita. E lo è stato. Ma dentro di me covavo una gran voglia di cimentarmi con una scrittura non protetta. Quando si scrive per un giornale si è cittadini privilegiati, una rivista, un quotidiano aprono molte porte e spesso sei considerata non per te stessa ma per quello che puoi fare. O, meglio, che la tua testata può fare. Insomma, avevo voglia di mettermi in gioco senza rete dall’altra parte della barricata. Avevo voglia di raccontare storie. Come quelle che mi piaceva leggere (o vedere al cinema). Ed è nato “L’uomo sbagliato”, che aveva come modello uno dei miei film culto: “Ultimo tango a Parigi”. Volevo raccontare una passione distruttiva, ma alla quale non puoi dire di no.

Come è nata la tua carriera da giornalista e critico cinematografico?
RISPOSTA:
Gli inizi sono stati molto faticosi, perché quello del giornalismo è un ambiente chiuso e io non conoscevo nessuno. All’epoca, parlo della fine degli anni Settanta, non c’erano neppure le scuole di giornalismo. Ma sono testarda, non mi arrendo facilmente e ho sempre creduto che l’impegno porti i suoi frutti. Mentre frequentavo Filosofia all’università, mi sono iscritta a un corso di video della Regione Lombardia. In quel periodo il “videotape” era considerato un mezzo rivoluzionario (e lo è stato). Uno dei nostri insegnanti è diventato direttore di Millecanali, un mensile di settore e ha chiamato i suoi studenti a collaborare. In mezzo a tanti “tecnici” io ero l’intellettuale del gruppo, così ho cominciato a intervistare esperti del mondo della comunicazione e a tentare le prime inchieste. Ho cominciato a conoscere gente e a poco a poco ho trovato il mio spazio nel mondo che volevo seguire: cultura e spettacolo. Diventando poi anche critico cinematografico.

Le tue opere letterarie hanno lasciato di certo un segno nella tua vita. Parlaci di una in particolare che ti ha dato soddisfazioni che non ti aspettavi.
RISPOSTA:
La prima, perché era davvero una scommessa. È stato fantastico incontrare le lettrici e vedere come il mondo che io avevo creato le avesse coinvolte, come si fossero messe a passeggiare felici, nel mio immaginario. Il successo di quel romanzo mi ha fatto capire che ero in grado di raccontare storie e di regalare emozioni ai lettori.

Come è nata la tua collaborazione con Giorgio Maimone?
RISPOSTA:
Tutti e due, dopo aver scritto tanti anni per mestiere, volevamo tentare la strada dello scrivere per passione. Giorgio si era incuriosito durante la scrittura di “L’uomo sbagliato”, di cui è stato critico e fiancheggiatore paziente e generoso. Poi, una sera, gli ho raccontato una storia che mi girava per la testa da parecchio tempo: quella di “Vertigine”. Gli è piaciuta ed è venuto naturale dirsi: perché non proviamo a scriverla assieme? Ignoravamo come sarebbe andata la nostra collaborazione e invece, questa è stata una grande fortuna, ci siamo resi conto di essere complementari, di capirci e di andare anche d’accordo. Nessuno dei due sgomita, nessuno dei due si impone e tutti e due lavoriamo volentieri, senza fare i conti di chi fa che cosa, di quanto uno o l’altro lavori. Siamo arrivati al quarto libro scritto assieme e a febbraio uscirà un racconto a quattro mani in un’antologia di gialliti. E pareproprio che non finirà lì…

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La vostra opera più recente, scritta a quattro mani, si intitola “Non mi dire chi sei. Il caso Giuditta”. Ce ne parli?
RISPOSTA:

È la seconda avventura dopo “Vertigine” di Greta Morandi, avvocato penalista, e Mario Longoni, detto Marlom ex pugile, proletario e comunista, detective per caso. Siamo a Milano, in pieno boom, nell’estate del 1962. Giuditta, arrivata dalla provincia per lavorare come commessa in una merceria, scompare senza lasciare tracce. La madre aiutata da una nobildonna milanese chiede a Greta di trovarla. Il caso si ingarbuglia e la voglia comune a tutte le fanciulle in fiore di trovare un posto nel mondo che animava Giuditta si scoprirà con quanti personaggi e situazioni con cui si era incontrata e scontrata. Il libro è affollato: cantanti di night, case di moda, la vecchia mala che evolve, palestre di pugilato, corse folli sulle spider a Portofino, il caso Mattei (l’uomo dell’ENI che in quegli anni lavorava sul petrolio), persino la morte di Marilyn e le feste di Brigitte Bardot a Saint Tropez. E amori, molti amori.

Ora raccontaci un sogno che vorresti realizzare, ma che tieni ancora ben chiuso nel cassetto.
RISPOSTA:
Che uno dei romanzi diventi un film…

Grazie di tutto e in bocca al lupo per la tua carriera sempre in ascesa.
RISPOSTA:
Grazie a te. Hai avuto parole davvero troppo generose!

Tiziana Iaccarino.

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