Chiacchieriamo, Curiosità

Non sostenete chi lucra sui sogni di carta.

In qualunque settore si operi e con qualunque tipo di professionista si abbia a che fare, bisogna prestare attenzione al raggiro, alla burocrazia, alle cattive abitudini, alla sopraffazione, alla voglia di sorpasso che spesso ha chi cerca degli escamotages per “sbarcare il lunario”, cosa onorabilissima, se non riguardasse le tasche altrui, in modo illegittimo, anzi… direi anche provocatorio, usando le illusioni come specchietto per le allodole.

L’editoria italiana è diventata il campo perfetto per una guerra fredda tra case editrici, di qualunque grandezza, che sono sempre in lotta per mantenere la loro eterna supremazia sul settore, tra autori self e non, tra piattaforme di autopubblicazione, store on line e aziende che hanno contribuito ad accelerare il processo di innovazione del digitale.

L’editoria grida allo scandalo per tutto: non ci sta bene il self, non ci stanno bene le aziende di e-commerce che fanno il bello e il cattivo tempo, non ci sta bene la chiusura delle piccole librerie (peccato che nessuno parli della mancanza di una clientela che ha smesso di comprare libri come un tempo!), non ci sta bene un mercato che fa domanda di storie troppo leggere, non ci sta bene chi scrive male, non ci sta bene chi scrive bene o chi fa la voce grossa, magari non ci sta bene chi polemizza o chi si espone troppo.

Chi scrive, però, perché non dovrebbe lamentarsi delle grosse case editrici che propongono a volte l’improponibile a prezzi assolutamente assurdi, se si pensa che tanto l’arte, quanto la cultura dovrebbero essere “patrimonio di tutti”, appartenere a tutti e avere una maggiore diffusione possibile?

Chi scrive, perché non dovrebbe lamentarsi dell’egemonia degli imbroglioni, di quelli che lucrano sui loro sogni usando, a loro favore, l’editoria a pagamento, l’agenzia letteraria a pagamento, il favore a pagamento, il concorso letterario a pagamento, il servizio editoriale a pagamento, la valutazione a pagamento, la lettura a pagamento, la recensione a pagamento, l’intervista a pagamento e chi più ne ha più ne metta?

È vero o no che si può incappare in uno snervante “tutto a pagamento”?

Perché chi scrive, come me, non dovrebbe gridare allo scandalo quando nota che in Italia esiste un 90% di agenzie letterarie che chiedono soldi per la sola lettura e valutazione di un testo, senza dare garanzie di alcun genere circa il destino che avrà la propria opera e soprattutto circa l’utilità che avranno i soldi che si dovrebbero sborsare?

Perché in questa Italia moralista e ben pensante, dove tutto sembra lecito solo quando non se ne parla, ma poi si grida allo scandalo quando se ne parla, all’improvviso come un fulmine a ciel sereno, vogliamo “gridare” solo quando pensiamo si faccia scandalo?

Oggi il self-publishing ha dato a tutti l’opportunità di dire “basta” all’egemonia delle case editrici, piccole, medie e grandi, perché chi apre un’attività deve essere cosciente di quel che sta facendo e non fare orecchie da mercante prima, per poi lamentarsi dei costi e delle tasse dopo, o magari di chi fa loro concorrenza.

La concorrenza esiste in ogni settore, sia leale che sleale, è sempre esistita e non saranno polemiche sterili, né articoli come questi a soppiantarla. La concorrenza è l’anima stessa di chi propone “una scelta”, così come la pubblicità è l’anima del commercio.

Il sef-publishing, un tempo bistrattato, considerato l’ultima spiaggia di chi veniva escluso da qualunque tipo di valutazione, faceva storcere il naso ai critici, ai ben pensanti, ai moralisti della letteratura, oggi invece, grazie alla rivoluzione del digitale, si è appropriato di una nuova vita e ha occasione di farsi rivalutare, ma viene attaccato perché ha prezzi bassi e i suoi free lancer sono liberi di fare quello che vogliono.

L’editoria si divide in due scuole di pensiero: la tradizionale, ancora legata alla vecchia e onnipotente casa editrice che ti pubblica, valutando gratuitamente, se sei fortunato e magari pubblicandoti, se sei ancor più fortunato, ma senza lasciarti decidere niente di quella che sarà la pubblicazione della tua opera e poi c’è l’editoria che io chiamerei 2.0 o anche, ora come ora, 3.0, la nuova, la rivoluzionaria, quella che ha reso il self-publishing anche digitale a costo zero, oltre che stampabile in modo altrettanto autonomo e libero, senza costi, quella che definirei anche la progressista, in quanto sta rendendo la libertà di scrivere e pubblicare ciò che si vuole, il proprio fiore all’occhiello.

Dunque, la libertà che dovrebbe piacere a tutti, all’improvviso non piace a chi faceva il bello e il cattivo tempo. E perché? Perché si è scoperto che gli autori sconosciuti, quelli che partono e arrivano dal niente, quelli che nessuno vuole, quelli che in pochi considerano, quelli che sono stati e continuano a essere bistrattati e scartati, per qualsivoglia motivo, sono bravi, hanno talento da vendere, e infatti, non solo si autopubblicano alla grande su piattaforme che hanno dato loro la possibilità di far sentire la propria voce, ma vendono, e lo fanno alla grande, creando quella concorrenza che le case editrici tradizionali odiano. Ma perché la odiano? Semplice, perché le case editrici hanno spese che un singolo autore, autopubblicandosi e affidandosi a una piattaforma di self-publishing, non ha. Quindi, le case editrici, per forza maggiore, sono costrette a mettere sul mercato libri a prezzi impronuncibili e subiscono la crisi, perché la gente sceglie di comprare sempre più ciò che è economico, rispetto a ciò che non lo è e magari si fionda sull’editoria indipendente, sugli autori self che si sono scoperti non da meno di quelli valutati e selezionati dai colossi dell’editoria tradizionale.

Allora, sapete cosa c’è da dire?

Bisogna saper incassare, qualche volta, invece di lamentarsi. Bisogna saper studiare nuove strategie di marketing, per riuscire in un’attività. Bisogna sapersi reinventare sia come editore, quindi imprenditore, che come autore, imprenditore di se stesso.

Ma gli autori si dovrebbero, a questo punto, fare anche più furbi, mettendo in gioco non solo il loro talento, ma anche le loro intuizioni, le loro idee, la loro voglia di gareggiare in un settore che è e sarà sempre competitivo, come qualunque altro perché, dopotutto, se non hai concorrenti, fai un gioco troppo facile, dove sei l’unico giocatore e sei solo, è ovvio che vinci. Ma se vinci da solo, senza aver potuto o dovuto affrontare alcuna sfida, competizione, gara, magari avventura artistica e professionale, dov’è la soddisfazione? Qual è il tuo merito per aver fatto meglio, se non sai di chi hai fatto meglio e se davvero hai fatto meglio di qualcuno? A mio avviso questo tipo di ragionamento, dovrebbe valere anche per le case editrici e per chi è abituato a valutare il meglio. Quanto siete certi di valutare il meglio, se ci sarà qualcuno a pagarvi per scegliere? La vostra scelta, quindi, sarà davvero dettata dall’idea e dalla voglia di scoprire un talento o da quella di chi ha le tasche più grosse?

libri

Tiziana Iaccarino.

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