Chiacchieriamo, editoria, scrittura

I self-publisher sono spesso costretti a imparare come promuoversi.

Il self-publishing ha abituato gli scrittori, sia emergenti che di maggior esperienza (che si sono adattati al progresso di un settore in continua espansione) a doversi occupare di tutto da sé quando realizzano un libro: dalla stesura alla realizzazione del progetto promozionale, magari facendosi aiutare da editor e grafici, beta readers (i lettori disponibili a dare un parere spassionato) ai professonisti di settore per una valutazione più appropriata, ma dovendosi quindi mettere a gestire continue pubbliche relazioni.

La realizzazione di un romanzo, dopotutto, non è cosa da tutti, chiariamolo. Lo scrittore, scrive, punto. Non fa e non dovrebbe far altro.

Come dicevo, però, il self-publishing ha abituato i self-publisher a fare un po’ di tutto e a districarsi come meglio possono in mille mansioni: dalla scelta della cover all’impaginazione e dalla promozione alla vendita. Tutte attività diverse tra loro e molto difficili se la persona in questione non ha quella verve camaleontica in grado di fargli gestire al meglio ogni cosa.

office

Partiamo dal presupposto che molti scrittori, una volta autopubblicati, non sanno gestire una promozione, perché non solo nessuno ha insegnato loro a farlo, ma magari non sono neanche portati per farlo e, in fondo, nessuno è dovuto a farlo.

Certo che assumere un giornalista anche pubblicista o addirittura rivolgersi a un’agenzia pubblicitaria costerebbe fior fiori di soldi, per cui questo avviene raramente tra i self-publisher che, volenti o nolenti, sono costretti a vedersela da soli o magari a chiedere il supporto di qualche blog apprezzato e seguito.

Ho visto spesso scrittori bravi, però, non saper gestire le pubbliche relazioni, né tantomeno saper vendere il loro libro anche quando non erano dovuti a farlo.

Eppure se non si hanno degli aiuti esterni difficilmente chi pubblica in self, riesce a gestire una promozione adeguata alle sue aspettative e se un libro non viene letto è perché non attira l’attenzione, quindi non vende e non può arrivare al suo target di pubblico.

Quindi diciamo pure con cognizione di causa che scrivere e magari saperlo fare non equivale anche a vendere, e saperlo fare.

Come dicevo ci sono scrittori/scrittrici molto bravi/e e in gamba, ma pessimi/e per quel che concerne la promozione e quindi penalizzati/e dal punto di vista pubblicitario, magari perché non hanno nessuno che li aiuta (se pubblicano con una casa editrice, peggio ancora, perché sono stati abbandonati al loro destino), quindi non riescono neanche a raggiungere quella fetta di pubblico in grado di apprezzarne le doti.

Una fetta di pubblico piccola, media o ampia, ma comunque un seguito in grado di dar loro la giusta considerazione e soprattutto di essere riconosciuti come talenti.

Questo è ingiusto, lo so.

Soprattutto quando si nota gente che sa muoversi o che si fa aiutare, che si promuove alla grande, che raggiunge il suo pubblico di lettori senza alcuna difficoltà, ma magari non ha lo stesso talento di quelli che meriterebbero la stessa vetrina (costruita da sé o da altri, poco importa).

Abbiamo appurato, quindi, che scrivere non equivale a saper vendere o a sapersi vendere come scrittori, per portare avanti il proprio libro.

Gli scrittori dovrebbero solo scrivere.

C’è poi chi sa farlo bene e chi male, ma solo scrivere.

E i promotori dovrebbero promuovere, essere quindi ingaggiati da una casa editrice o dai self-publisher per essere pubblicizzati a dovere (esistono molte figure moderne in grado di promuovere un prodotto o un artista, sui social ci sono, per esempio, i social media marketing), togliendo a chi realizza un libro in sé l’incombenza di un lavoro che non spetta loro fare.

Come abbiamo detto prima, però, il self-publishing ha abituato tutti a fare un po’ di tutto, ad arrangiarsi ma, a causa di questo motivo, a risultare anche meno professionali, quindi ad apparire più sconsiderati nell’affrontare un settore non proprio facile che già sopravvive di espedienti.

In molti si chiederanno, allora, quale possa essere la soluzione.

Se non si ha la possibilità di investire nelle collaborazioni professionali, il mio suggerimento è quello di rimboccarsi le maniche, perché tutto si può imparare e bisogna anche sapersi adeguare alle esigenze del momento e ai tempi che corrono, per quanto diverse dalle nostre.

Tiziana Iaccarino.

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