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Cosa fa di un manoscritto, un buon manoscritto?

Tante volte vi sarete chiesti come si fa a scrivere un buon manoscritto, cioé non qualunque cosa, perché poi mettere nero su bianco un’idea è molto più difficile di quel che si possa immaginare.

Tutti vogliono scrivere e magari farsi chiamare scrittori, ma in pochi sono in grado di sostenere adeguatamente quel ruolo.

Ma torniamo al tema della giornata: cosa fa, secondo voi, di un manoscritto un buon manoscritto?

Mi capita sempre più spesso di imbattermi in romanzi (da lettrice) che siano carenti in qualcosa: trama o credibilità, magari personaggi poco sviluppati nel loro percorso interiore ed esteriore, descrizioni superficiali, ambienti poco raccontati, l’incastro di vicende più o meno accettabili, una Lingua poco articolata o magari usata alla leggera oppure totale mancanza di emozioni.

Un libro ben scritto può piacere, risultando un prodotto standard da proporre a una fetta più o meno vasta di lettori, ma magari può non trasmettere niente.

In particolare, quest’ultima circostanza mi capita sempre più spesso. Quando poi devo recensire la storia di turno, il dilemma diventa spiegare che: nel giudicare bene un lavoro, vanno considerati molti fattori e che questi devono combaciare alla perfezione gli uni con gli altri, formando un puzzle i cui pezzi siano stati realizzati con dovizia di particolari, in modo che non ci siano pessimi incastri in seguito.

Non so se vi è mai capitato, ma i casi in cui i manoscritti peccano di qualcosa possono essere diversi:

  1. il manoscritto ha un’ottima trama, ma pecca di ingenuità;

  2. il manoscritto ha una trama credibile, ma è realizzata in modo troppo semplicistico, superficiale in alcuni punti, magari contiene persino un linguaggio poco consono al contesto stesso (ogni genere e ogni storia necessita di un linguaggio appropriato ai suoi personaggi, alle situazioni, alle ambientazioni, alle storie stesse);

  3. il manoscritto ha una trama poco sviluppata;

  4. il manoscritto ha un’ambientazione poco credibile o magari solo accennata (perché?);

  5. il manoscritto ha uno stile privo di personalità, può averlo scritto chiunque, non si riconosce l’autore/l’autrice di altre opere, nel suo modo di scrivere in quel testo preciso;

  6. il manoscritto ha una pessima grammatica, errori di sintassi, refusi a bizzeffe, bisogna proprio chiedere aiuto!;

  7. il manoscritto ha una trama banale, è soporifero, fai fatica ad andare avanti a leggerlo, è lento e assurdamente pesante;

  8. il manoscritto ha una trama interessante, ma è scritto con i piedi;

  9. il manoscritto ha un’ottima trama, è scritto bene, ma… non ti entusiasma per niente (gusto personale, per carità!);

  10. il manoscritto ha una trama accettabile, ma è troppo prolisso, lungo in modo assurdo e ripetitivo in alcune situazioni, non contiene alcun colpo di scena e fatica a proseguire (in pratica, stanno sudando pure i personaggi!), cioé… vogliamo catturare l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina o gli facciamo capire da subito che, per capitoli interi, non succederà assolutamente nulla?

Ecco, capirete che, spesso, giudicare un romanzo non è semplice né da blogger né da lettrice abituata a imbattersi in tante storie differenti tra loro.

Scrivere un romanzo non è cosa semplice, come avrete inteso, anzi… in ogni storia troverete sempre delle pecche e soprattutto poche, rare, rarissime, scarne emozioni.

I libri che mi hanno davvero emozionata si contano sulle dita di una mano e quelli che mi hanno commossa addirittura fino alle lacrime, forse in dieci anni, sono stati solo due!

La cosa peggiore che poi può capitare è leggere un romanzo apparentemente perfetto: cioé, non gli manca niente, è scritto benissimo, ha una trama intrigante, personaggi credibili e molto reali, intreccio interessante, ambientazione convincente, ma… c’è sempre un ma come dicevo in alcune situazioni: non vi trasmette nessuna emozione.

Zero.

Nessuna.

Né vi invita alla riflessione.

Né vi offre un messaggio.

Né vi lascia qualcosa, dopo l’ultima pagina.

Come giudichereste un romanzo in questo caso? Ve lo chiedo, perché a me è capitato moltissime volte, per quanto le autrici di turno fossero brave nel loro ruolo.

Certamente non ci si può basare solo sullo stato d’animo della singola persona, ma sui suoi gusti personali sì, quelli contano.

Eppure un libro non si può giudicare solo in base a questo, vanno raccolti tutti i fattori più o meno buoni per scrivere un recensione dignitosa.

alla scrivania

UN BUON MANOSCRITTO È COMPLETO.

Un buon manoscritto, tanto buono, da rasentare la perfezione, da far sospirare il lettore pagina dopo pagina, da fargli divorare la storia in poco tempo, da fargli desiderare di volerne di più, da invogliarlo all’acquisto di altre opere dello stesso autore o della stessa autrice è un manoscritto che ha tutto, quindi che è completo di:

  1. trama avvincente, ben costruita, intrigante, sviluppata a dovere;

  2. colpi di scena nei momenti giusti;

  3. un’ambientazione convincente;

  4. un linguaggio che rispecchi lo stile dell’autore o dell’autrice, in modo da renderlo riconoscibile rispetto ad altri;

  5. nessun refuso;

  6. personaggi che facciano pensare a persone vere e che facciano credere al lettore che l’autore si è ispirato alla vita reale;

  7. una scorrevolezza nella stesura che sviluppi la trama in modo corretto, senza diventare prolisso, ma neanche sintetico;

  8. una buona introspezione dei personaggi;

  9. un contesto avvincente;

  10. saper trasmettere emozioni, saper lasciare un messaggio, saper invitare alla riflessione, saper dare e saper dire qualcosa (almeno un po’ di nostalgia sul finire) e lasciar desiderare al lettore di volerne ancora.


Ecco, soprattutto quando manca l’ultimo punto, quel volerne ancora, per quanto mi concerne, manca davvero un grosso pezzo di phatos in grado di conquistare chi legge.

Tiziana Iaccarino.

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