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Perché gli scrittori emergenti dimenticano l’importanza della gavetta?

Come molti di voi immagineranno, oggi conta molto il risultato ma poco il lavoro che si è svolto per ottenerlo o almeno non se ne parla quasi per niente, quasi fosse meno importante il viaggio della sua meta.

Quando una persona ha raggiunto un risultato importante, concreto, attraverso la scrittura e il suo sogno di realizzarsi con essa, dovrebbe parlare del modo e delle difficoltà che gli hanno permesso di riuscire in questa sua strada.

È semplicistico farsi grandi con un risultato importante, perché la gente pensa sia facile raggiungere gli stessi obiettivi o addirittura mettersi a scrivere, come se chiunque potesse farlo (e invece sappiamo bene che non è così), ma sarebbe fondamentale raccontare che, invece, determinati obiettivi li si raggiungono con grandi difficoltà e con molta pazienza.

C’è chi fa capo a conoscenze, ad amicizie, a favoritismi, a ingraziarsi determinate persone e chi, invece, si affida solo alle sue capacità, ma senza alcuna malizia.

Il problema è, però, l’autocritica che spesso è carente o del tutto mancante. Ci sono persone molto sicure di se stesse che hanno la convinzione di riuscire in ogni loro scelta, ma dimenticano che, a volte, è fondamentale andare avanti un passo alla volta, perché questo ci permette di fare esperienza, di sbagliare, imparando, di seminare per poi raccogliere.

La gavetta resta fondamentale per imparare a fare bene lo scrittore. Scrivere è un mestiere che si impara anche lungo la strada, semplicemente facendolo, applicandosi e soprattutto avendo l’umiltà di voler imparare, perché ci sarà sempre da imparare.

libro

Ci sono persone che riescono a raggiungere determinati obiettivi, perché aiutate dalla fortuna, per quanto questa possa rivelarsi poi una meteora di passaggio. La fortuna spesso ha bisogno di essere spronata, di essere sostenuta, di essere accompagnata, di essere coltivata per portare avanti un progetto artistico.

Avere fortuna e adagiarsi sugli allori, non significa riuscire a costruire una carriera, significa poter godere di un momento di gloria che, spesso, non è neanche duraturo.

Gli scrittori di oggi, o se volete gli emergenti, hanno poca attitudine a fare gavetta, anzi alcuni neanche ne parlano, pensando che la si possa metter da parte o ignorare, ma non sanno che senza di essa possono costruire solo castelli di carta, tanto deboli da poter essere spazzati via anche dalla più leggera folata di vento.

La gavetta di un tempo significava doversi sacrificare, fare delle rinunce, impegnarsi al massimo, divertirsi ma senza strafare, riuscire a concentrarsi sulle proprie qualità ed evidenziarle, ma senza la pretesa di essere già bravi. Bravi lo si diventa nel tempo, anche quando c’è un talento naturale, perché il talento va coltivato, va nutrito, va sostenuto, va aiutato a crescere, a migliorare, a maturare.

Gavetta significa bussare a molte porte e ricevere come risposta solo “No”, significa non dormire per trovare la soluzione al problema, al pensiero, alla domanda, alla voglia di riuscire, alla voglia di emergere in qualche modo, significa scrivere a qualunque ora del giorno e della notte, significa scrivere centinaia e centinaia di lettere, e-mail e quant’altro, per poter dare pace al proprio desiderio di rivalsa.

La gavetta è fatta di anni in cui impari e basta, facendo qualche passo avanti e molti indietro, significa cadere per rialzarsi magari con l’aiuto di qualcuno o da soli, significa trovare la forza da qualche parte, da qualunque parte e in qualunque modo, di riprendere in mano tutto ciò che vogliamo mettere in gioco: noi stessi e ciò che pensiamo di valere (se valiamo).

Oggi gavetta è una parola astratta per molti. Una parola spesso dimenticata o lasciata in un angolo remoto del passato, quando le cose erano meno semplici senza internet, senza i social network, senza la condivisione virtuale, senza tutti i mezzi di comunicazione che esistono oggi e grazie ai quali, forse, farsi notare è molto più semplice di un tempo.

Il progresso ha aiutato le nuove generazioni, ma ha dato loro anche il potere dell’arroganza di pensare che con la superficialità, con il niente ci si possa permettere una carriera. Noto spesso carriere costruite sul “niente”, soprattutto quando si parla di trash, (spazzatura), quando non c’è arte né parte, non c’è talento, né modo di esprimere un valore aggiunto alla propria istruzione e cultura.

Quanti di noi si sono veramente guadagnati con merito ciò che hanno e quanti altri, invece, hanno usufruito della fortuna o di altri mezzi meno legittimi per ottenere ciò che hanno?

Sappiate che la gavetta è il passaporto per permettersi il lusso di dire “so come vanno le cose”, “mi so muovere”, “conosco questo settore”, “non ho l’entusiasmo di un principiante”, “non mi faccio raggirare”, “so come vorrei percorrere questa strada” e “l’esperienza paga”. Perché gavetta significa tutto questo. Esperienza.

E l’esperienza non ha prezzo. È un valore aggiunto, un valore a cui nessuno può fare riferimento se non la si è raggiunta con il tempo, perché è quest’ultimo a fornircela.

Tiziana Iaccarino.

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