Ho deciso di scrivere questo articolo seguendo la scia di tanti fattori.

Dopo anni in cui mi sono districata, bene o male, nel settore editoriale prima in qualità di autrice, poi di blogger, ancora di talent scout e promotrice di autori emergenti, mi sono detta che, in fin dei conti, continuare a dare consigli potesse essere utile a qualcuno.

Non ho la pretesa di avere la verità in tasca. Quella non ce l’ha nessun essere umano. Penso solo che esprimere il mio parere su un argomento importante, parere basato su esperienze personali, possa essere una cosa buona.

Mi rendo conto, quando noto gli autori emergenti, che tanti partono a mille con l’illusione di diventare “famosi” o addirittura di arrivare in tutte le librerie d’Italia.

Nella maggior parte dei casi, chi è agli inizi, scrive e pubblica un libro solo mosso da un’esigenza personale, da una passione, da un desiderio di raccontarsi o semplicemente di raccontare una storia di evasione che ha avuto il potere di far evadere in primis l’autore o l’autrice che l’ha scritta.

Io ho fatto lo stesso percorso.

Ho cominciato che ero adolescente con le poesie per passare lentamente alla prosa, alla voglia di pubblicare un libro, di farmi giudicare per ciò che scrivevo ma soprattutto che volevo raccontare, pensando di avere potenzialità e talento. Magari li ho o magari no, questo non lo so, ma ciò che conta è che sono partita all’avventura come tutti piena di voglia di fare e di illusioni o sogni. Conquiste da fare.

Capisco, pertanto, le persone che scrivono per amore e pura passione e che vogliono vedersi in libreria, sugli scaffali, in vetrina, con una casa editrice esposti da qualche parte o magari conquistare una buona fetta di lettori già nel primo mese di pubblicazione.

C’è addirittura chi pensa che, dopo la pubblicazione, il libro possa diventare un successo già da sé. Da solo.

In pratica, se non lo sapete (ma questa è la convinzione di tanti): un libro sa promuoversi e vendersi da solo. Sempre. Non ha bisogno di voi, autori, della casa editrice, dei promotori, della distribuzione, delle librerie, degli store on line, i libri sono oggetti “magici”. In pratica, escono nel Paese delle Meraviglie.

Se, a seguito delle mie parole, state sorridendo, allora avete capito la mia vena ironica, diversamente mi spiace dirvi che stavo solo “giocando”.

libreria

Che sia chiaro: nessun libro si vende da solo.

Nessuno.

A meno che voi non abbiate un nome conosciutissimo in tutto il mondo ma, a quel punto, per farvi vendere, sarà sempre qualcuno, se non voi, ad annunciarne l’uscita, magari la casa editrice o l’ufficio stampa della stessa, quindi ci sarà sempre una persona dietro un annuncio che apre le porte a una campagna pubblicitaria successiva.

Ritorniamo, quindi, al discorso: illusioni.

Io vi capisco benissimo, credetemi. Ero come voi, piena di entusiasmo, iniziative, voglia di fare e di realizzare, conquiste, sogni e quant’altro.

La gloria si sogna sempre quando si pubblica un libro, è automatico, insito nello stesso concetto della parola “pubblicazione”, ovvero rendere pubblico un testo, quindi alla portata di tutti, di chiunque al punto da rendere l’autore “noto” per questo motivo.

Ma con “noto” non intendo dire “famoso”, intendo dire semplicemente “autore riconducibile” a quel testo. Nient’altro.

Le illusioni fanno parte del gioco, se si perde l’entusiasmo è più difficile trovare le motivazioni in grado di farci andare avanti, ma bisogna tenere presente una cosa importante: non pubblichiamo libri nel Paese delle Meraviglie.

E non mi riferisco all’Italia, ma mi riferisco al mondo in generale.

Noi da scrittori ci creiamo una realtà parallela, sognamo a occhi aperti, speriamo, desideriamo, ci illudiamo, appunto, ci creiamo delle aspettative che puntualmente vengono disattese, ma il problema non si porrebbe se capissimo che ogni libro è una conquista personale per il solo fatto di essere stato innanzitutto scritto e dopo semmai pubblicato (in qualunque modo: che sia con una casa editrice o in self-publishing).

Tutto ciò che arriverà di buono in seguito è da reputare il dessert. Ce lo possiamo gustare anche con calma, ma non pensate che gli altri, tutti gli altri (casa editrice, distributore, librerie, store on line etc…) vivano la vostra pubblicazione come un sogno, perché per loro sarà sempre e solo un prodotto da vendere e con il quale batter cassa.

Il Paese delle Meraviglie che ci costruiamo con i nostri sogni per la gloria svanisce, puntualmente, nel momento in cui ci rendiamo conto che, una volta pubblicato, un libro deve essere venduto, con tutto ciò che ne consegue, quindi con le numerose difficoltà del caso.

Nessuna casa editrice pubblica, in fondo, per la sua gloria o per la vostra, nessun ditributore accetta una commissione per la stessa gloria, così come nessuna libreria e nessuno store on line e nell’estremo dei casi nessun tipografo, perché anche quest’ultimo vi chiederà il conto per le copie che gli chiederete di stampare.

Un libro, quindi, va considerato “un prodotto” della creazione umana, ma pur sempre da piazzare sul mercato, da vendere.

Sempre.

Scrivere senza vendere?

Va bene, se siete consapevoli di questo e vi sta bene.

Quel che conta è che l’autore sia consapevole di ciò che vuole e di cosa si aspetta, altrimenti le delusioni sono dietro l’angolo.

La gloria conta fino a un certo punto, ma soprattutto non esiste senza il successo economico di un prodotto che, in questo caso, chiamiamo libro. Infatti, solo di un libro che si vende bene e tanto, di cui si contano i numeri, si parla di solito.

Il resto arriva sempre dopo le famose vendite. I risultati o come preferite chiamarle.

A volte svegliarsi e tornare alla realtà, cercando di capire come funzionano le cose nel settore editoriale e quali interessi ruotano attorno ai libri, può servire a sognare, ma con accortezza, con concretezza. Senza sbavature.

Senza illusioni senza senso.

Tiziana Iaccarino.

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